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Ritorna a Gioia lo spettro del nucleare presso l’ex AC Boilers

La narrazione del nuovo nucleare italiano si veste di sostenibilità, sviluppo strategico e rilancio occupazionale, ma all’ombra dei comunicati societari la realtà assume i contorni ben più amari di un territorio già saturo di servitù industriali. Ansaldo Energia ha tracciato la propria rotta verso il 2035 con un piano d’investimenti da 300 milioni di euro destinato a consolidare il ruolo del gruppo nella filiera atomica internazionale. Al centro di questo disegno industriale c’è l’acquisizione dello stabilimento ex AC Boilers di Gioia del Colle, in Puglia, valutato circa 10 milioni di euro. L’ambizione dichiarata è quella di trasformare un sito oggi in sofferenza finanziaria in un polo d’eccellenza per la fabbricazione di componentistica nucleare ad alto contenuto tecnologico, promettendo un balzo occupazionale dagli attuali 130 addetti fino a quota 500. Un’operazione presentata come una manovra provvidenziale per l’economia locale e un tassello fondamentale per la transizione energetica nazionale, che tuttavia decide di ignorare sistematicamente la storia clinica e ambientale della terra su cui intende radicarsi.

Gioia del Colle non è una tela bianca su cui pianificare a tavolino il futuro dell’atomo pulito. L’area gioiese è da decenni un territorio ferito, segnato da una forte pressione ambientale e da tassi d’incidenza tumorale e di mortalità che destano un costante e giustificato allarme tra la popolazione locale. Un contesto già duramente compromesso dalle emissioni dell’aeroporto militare, dall’impatto di impianti industriali come la vetreria e, soprattutto, dall’eredità della stessa Ansaldo attraverso la controllata ITEA. Per anni, la presenza di quest’ultima ha rappresentato un capitolo oscuro nella storia locale a causa dei processi di sperimentazione legati alla termodistruzione di rifiuti industriali altamente pericolosi, spintisi fino al trattamento e al saggio di componenti nucleari dismessi. Riaprire la partita dell’atomo nello stabilimento ex AC Boilers significa dunque riattivare una ferita mai rimarginata, riproponendo la Puglia nel suo storico e mai risolto ruolo di terra di conquista per industrie ad alto impatto.

In questo quadro, la favola dei presunti vantaggi ecologici legati alla produzione di parti per reattori modulari (SMR) o di quarta generazione rivela tutta la sua fragilità concettuale. Se a livello macroscopico la retorica della decarbonizzazione celebra il nucleare come risposta alla crisi climatica, a livello locale la riconversione di uno stabilimento di tali dimensioni comporta interrogativi impellenti sulla sicurezza dei processi, sui controlli radiometrici e sulla gestione dei residui di lavorazione. Fabbricare componenti di grandi dimensioni per la filiera atomica richiede trattamenti metallurgici e protocolli di collaudo che, in un’area priva di uno studio d’impatto sanitario aggiornato, non possono essere liquidati come routine industriale priva di rischi. La vicinanza al mare e le infrastrutture ferroviarie, esaltate dai manager come vantaggi logistici per il trasporto dei manufatti, si tradurranno inevitabilmente in un incremento del traffico di merci speciali in una zona che avrebbe invece urgente bisogno di bonifiche e decongestionamento.

L’intera operazione rischia così di scivolare nell’ennesimo episodio di ricatto occupazionale, una dinamica sin troppo nota alle cronache industriali del Mezzogiorno. La legittima ansia dei lavoratori per il proprio futuro finanziario viene trasformata nell’argomento forza per far ingoiare alla comunità locale scelte calate dall’alto, maturate tra i corridoi ministeriali e le sedi societarie di Genova. Promettere centinaia di posti di lavoro senza garantire preventivamente la trasparenza sulle attività del passato e la tutela assoluta della salute pubblica equivale a reiterare un modello di sviluppo predatorio. Prima di pianificare il business del 2035 e di parlare di ricadute miliardarie per il Paese, Ansaldo e le istituzioni dovrebbero rispondere a una domanda fondamentale: qual è il prezzo sanitario che Gioia del Colle ha già pagato e quanti altri sacrifici si pretendono ancora da un territorio in costante emergenza?

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